venerdì 14 aprile 2017

LA BOTTEGA DI NARRAZIONE, O: SCRIVERE È FARE A BOTTE.



Se suonare è scopare, scrivere è fare a botte.
E per fare a botte con ChiLegge è importante lo stile (nei movimenti/frasi) la potenza (la parola precisa è un gancio, la frase fatta un accenno di spostamento d’aria) la velocità/il risparmio di energia (perché sprecare venti parole quando ne bastano cinque?)
Infine c’è la bellezza, che nello scrivere/fare a botte è secondo me un lusso, un di più, la ciliegina non edibile sulla torta panna e cioccolato. Serve, ma insomma. Troppe frasi consecutive che racchiudono bellezza o pensieri “corretti” mi ricordano quando da piccino picciò per recuperare il pallone son caduto tra le ortiche. Preferisco un jab scoordinato allo schiaffo esteticamente perfetto, trovo sia più sincero.
Insomma, durante l’ultimo anno trascorso alla bottegadinarrazione mi son ritrovato più volte a pensare “Ma liuk!, caspita!, perché ce l’hai tanto con la bellezza?, non sarebbe meglio farla tua e riempire di parole tutto quel vuoto che ti porti appresso?”
Così, tra una lezione e l’altra di Giulio Mozzi ho iniziato a ruminare, a interrogarmi sul perché di tant’acredine nei confronti della bellezza e su cosa considero – nella scrittura – un lusso, un elemento superfluo. Come spesso mi accade, rileggere Super nivem (IlMaleNaturale) ha dissipato non poco i dubbi in merito ("...se compiere il male è la mia natura è bene che io compia il male, e specularmente è male che io cerchi di compiere il bene, tanto più che tutto il bene che io cerco di compiere si trasforma alla velocità della luce in male, è già diventato male prima ancora che io lo compia.")
È tutto lì: se la bellezza/FraseAcchiappaLike non fa per me, inseguirla è sprecare energie.

Dicevo: per terminare la prima stesura del romanzo (giusto in tempo per la presentazione di gennaio) ho fagocitato tutta una serie di lezioni e consigli di sponda (Giulio direbbe: suggestioni) su alcuni modi per dare forma valore e senso agli argomenti trattati. Ho dovuto affrontarne di scomodi. Insomma: ho un problema con la gestione della bellezza. Non la mia, eh. Delle frasi. È che scrivendo voglio spostare al lettore il punto di vista delle cose e, per quanto mi riguarda, la bellezza in questo caso c’azzecca molto poco. Trovo invece che lo scrittore abbia necessità di venire alle mani coi lussi.





Alle mani, sì. In fondo scrivere un romanzo è spesso un atto di violenza. Le parole stampate, ciò che dovrebbe unire empaticamente ChiScrive con ChiLegge, sono una sorta di muro. Certo, “No non è così liuk perché quando leggo immagino tutto un mondo fantastico e di conseguenza mi avvicina all’autrice/autore e da lì poi eccetera eccetera”, però scrivere è potenza, è trasfigurare. Se scrivo frasi a casaccio tipo “Questa frase è di resina” “Questa frase ha rigato la lavagna con le unghie” “Questa frase è nata il 29 febbraio” “Questa frase sta per sputarti in un occhio”, ogni volta è ChiScrive a riempire l’immaginario passivo di ChiLegge. Che poi reinterpreta e tutto quanto, ma l'input arriva da lì. Ed è fantastico e fastidioso insieme, per chi sta dall’altra parte del libro. Ma soprattutto: ChiScrive dovrebbe quantomeno assumersi la responsabilità delle parole utilizzate, non c’è bisogno d’essere Peter Parker per capire che da un grande potere deriva una grande responsabilità, o giù di lì.
Ocio alle parole, dunque.
E a non credersi troppo yeahsupermegastrawow in quanto autori di frasi, che il rischio di autocompiacersi (darsi i pugni da solo) e/o scoprirsi dipendenti dagli applausi è sempre in agguato.
O per dirlo con una frase bella: L’inaspettato affila le armi nel punto cieco dei sorrisi.
Questo non vuol dire che ne butto giù di studiate per non compiacere ChiLegge (questo sì sarebbe stupido), dico solo che spostare l’occhio di bue su particolari o territori inesplorati alla lunga ravviva la vitalità di entrambi i soggetti. Se ChiScrive è "sincero", ChiLegge lo percepisce. Son dell'idea che le frasi di un romanzo o racconto o quel che è, se non trasmettono a ChiLegge un fremito, un "No, non sto semplicemente leggendo, sto danzando sotto le bombe!", son da eliminare. Pussa via, sciò!, frase sterile non sei benvenuta!
È catartico cancellare, fa molto "Un giorno credi di esser giusto / e di essere un grande uomo / in un altro ti svegli e devi / cominciare da zero."
Poi sì ok capita di terminare un capitolo, sentirsi dire "carino questo passaggio” e non eliminare nulla lo stesso. Esempio: nel romanzo attuale (in fase di editing) un personaggio vorrebbe urlare, ma a causa degli effetti dell’acido lisergico non riesce a muovere le labbra. Per “spiegarlo” m’è uscito un termine ai limiti della paraculaggine, me ne rendo conto, però rimane lì dov’è per motivi vari.

Il dodo riconosce la voce di Richard, ancora lui; le gambe trrremano, prova a s.o.s.pirare per non cedere alla provocazione ma capisce che il morbo del terrore s’è già insinuato all’interno del corpo: la bocca è cucita.
xxCUxxCIxxTAxx.

Quindi boh, se non urti ChiLegge perdi l’occasione di venire in contatto, di aprire una crepa in quel maledetto muro.
Voglio dire: quando leggi frasi che ti portano a dire“Anche io la penso esattamente così”, non percepisci una sorta di raggiro? Al contrario, scoprire le motivazioni di pensieri distanti o sfumature fino a prima inesplorate: quant’è godurioso? Lì sì che le parole bucherellano il muro, tanto da lasciarci passare le mani per toccare chi sta dall’altra parte.
Compiacere il lettore per un tornaconto è pericoloso; un po’ come le corse oltre il precipizio di Wile E. Coyote, che quando ha consapevolezza di camminare nel vuoto l’illusione sfuma e precipitaaaahh.



E forse nell'era del tweet non regge neppure più il: “Scrivo perché ho qualcosa da dire”. Non senza uno studio/scopo dietro, perlomeno. Che tu abbia qualcosa da dire mi pare il minimo, caspita!, mica è un vanto. Dice la canzone de I Ministri: "Volevi essere pagato perché avevi qualcosa da dire / ora che ce l'hanno tutti puoi star zitto per favore?") Il rischio di produrre cose mirate a farsi piacere è altissimo: senza motivazioni più “forti” si rischia di buttar giù qualche frase e se non si ricevono abbastanza MiPiace ci si sgonfia, tipo quelle storie d’amore patetiche che per Tom Robbins sono latrati alla luna.
E dato che scrivere è fare a botte col destinatario, ChiScrive ha quantomeno l’obbligo morale di non sollazzarsi troppo tempo nei lussi, che st’infami se ne stanno all’erta e una volta in circolo poi a toglierseli di dosso è un casino.
Sotto con le limitazioni per restare in tensione, dunque:
Non posso/voglio concedermi il lusso di usare frasi fatte,
di scordare il perché di alcune cicatrici,
di essere felice per troppo tempo,
di dirmi “Ok, buona la prima” (Suvvia liuk, stai scrivendo un romanzo non stai registrando un onetwothreefour punk),
di fingere che scrittura e musica siano distinte (ci sarà un motivo se alcuni scritti toccano le corde dell’animo, no?),
di essere sempre coerente, che senza errore non si evolve (sospetto che la Musa sia una puttana e che tutti quei paletti/limitazioni coi quali convivo siano facilmente spostabili, all’occorrenza. O forse la Musa è casta&pura, la colpa è di quando scivolo in periodi di sordità ai buoni consigli, tipo Don Camillo che parla al crocefisso senza ricevere risposta.)

E dunque: buon fight club letterario a tutti.
Io, nell’attesa di trovare un editore, faccio scorta di bende e cerotti.
Speranzoso di raggiungere un buon numero di lettori, perché no: le risse sono affascinanti.



 

martedì 24 novembre 2015

LA SOTTILE LINEA LAPPONE. 71°10'21''

Ci sono posti (e/o persone) che vivi in testa per anni prima di venirne a contatto; e a volte non ti ci confronti neppure, dici «che senso ha spostarsi nell'epoca di internet» o trovi mille altre giustificazioni, perché giustificare le nostre mancanze è un dono innato e tanto vale sfruttarlo. Fortuna che son fuorilegge e non ascolto i buoni consigli manco quando provengono da me, così dal momento che il romanzo in stesura tratta anche l'aurora boreale ho pensato "E se andassi in Lapponia, che già a dire Lapponia sento l'odore della neve pizzicarmi il naso e intravedo il cielo lisergico?"
Ci sono andato, dunque.
E niente, insomma: io della Lapponia ho otto cose da dire.




Il primo impatto è stato confrontarmi con Helsinki – che occhéi non è Lapponia ma è iniziato tutto da lì.
Una volta sbarcato non mi sono reso conto che avrei dovuto salutare il sole autunnale; registrare le mie abitudini in un luogo che si prepara all'oscurità è un qualcosa che per assurdo non avevo preventivato.
Eppure sono l'Imperatore delle zucche vuote, l'autunno incarnato, il buio non dovrebbe preoccuparmi no? E invece, a pensarci adesso, il crepuscolo al primo pomeriggio è da vivere sulla propria pelle, se avessi provato a descriverlo senza averlo visto dal vero avrei vomitato le solite sillabiche ovvietà. Salvo per un pelo.
Comunque.
Il finto buio tutto intorno è la sciarpa che ti protegge dai mostri che vivono alla luce del giorno.
Helsinki è una ragazza bionda che scuotendo la testa riflette il crepuscolo, è una città a primo impatto insipida, di quelle che quando l'abbandoni d'istinto dici «non c'è nulla» e mentre rumini la frase osservando il molo da dietro la vetrata della camera d'albergo avverti il retrogusto del "cosa succederà sotto la superficie?"



 

Guardo la gente e immagino la loro vita monocromatica, i giorni che si dilatano annullando il concetto di tempo. Svegliarsi lavorare uscire di casa rientrare a casa sempre e solo col buio. Persone che non posseggono un'ombra. E via così, fino a sviluppare l'istinto di sopravvivenza in una nuova forma di buio interiore; essere così oscuro che il crepuscolo in confronto è l'arcobaleno.
E una volta imparato ciò il tempo cambia le carte in tavola e diventa luce per mesi.
Luce che non cala mai ma senza scaldare dentro, luce che rende l'essere umano obliquo come i raggi che fungono da sciarpa all'oscurità creata in precedenza.
Vivere in questi luoghi dev'essere come entrare nella casa degli specchi.





Al pomeriggio, quando l'oscurità troneggia, nulla è per davvero invisibile.
Come insegna lo yin/yang, c'è sempre – anche quando fiocca la neve e tutto pare anni luce dal Mediterraneo – una sorta di bagliore che accenna i contorni.
Minimo, a volte, ma palpabile. La neve stessa riflette la non oscurità. È un bagliore che c'è e non c'è, distante, come se qualcosa oltre l'orizzonte alimentasse il fuoco di un calderone dai cui fumi fuoriesce l'essenza delle religioni.
«È una possibile aurora in avvicinamento», dicono.
«È la tua mancanza», dico.
Mi domando se quel bagliore si presenterebbe se tu fossi ora qui a vederlo.
E se sì, che tonalità avrebbe.
E se sì, allora che cos'è.
E se sì, perché.







Guidare al limite. Sentire le braccia intorpidite, le scosse di adrenalina che dalle zampe dei cani scorrono sulle corde della slitta e da lì salgono fino agli occhi del guidatore, il sottoscritto.
E li guardo in un assurdo gioco di potere, fingendo di essere io a comandare in un turbinio di segnali, parole e movimenti. E invece, chissà.
Certo, dovrei lasciarmi andare ancora di più, "liuk gli husky sono bellissimi ricordati la storia di Balto e blablabla", ma a casa c'è una gatta che mi aspetta e sento il peso del paragone, la bilancia che pende a favore dei felini.
Guidare una slitta è un rito, una prova di forza, l'uomo che si impone sulle creature a proprio vantaggio.
Sicuro che i lapponi per farlo avranno i loro validi motivi, giustificazioni, che se liberi o allontanati dal branco magari quei cani perderebbero motivazioni d'essere, probabile. È solo che una volta sceso dalla slitta gli ululati vengono zittiti da pensieri ambigui: dov'è l'armonia del mondo se l'essere più debole domina i più forti? È buona norma procedere cauti, la neve ha il potere di ricoprire tutto e in quel tutto i passi possono pur sempre finire in un lastrone ghiacciato. Forse è questo l'insegnamento lappone: il cervello, l'intelletto va curato costantemente (la sola forza fisica serve a poco), consapevoli però che a ogni nuovo livello di conoscenza raggiunto un vago senso di malessere – la puntura di un fiore del male, l'idea di agire egoisticamente contronatura, il tacito desiderio di essere punito per la propria presunzione... – ti si accollerà sulla schiena in silenzio. Rimarrà lì, latente, e prima o poi ti busserà sulla spalla per farti voltare e allora insieme, tu e la puntura, scoprirete se il seminato avrà prodotto prati armonici o cumuli di nulla. Quando scoprirai con sgomento di camminare sul lago ghiacciato, beh, potrebbero anche piacerti quei crrrrrriiiiicccc, e chi lo sa? È l'anima pesante che fa affondare.
Più in alto ti elevi, più visuale del tuo dominio puoi mirare. Pure gli alberi qua sono spilli giganti, per dire.
Più in alto ti elevi, più le vertigini potrebbero schiantarti senza appello.
Ma più in alto è il destino, più in alto comunque è la meta da raggiungere, punto.
Poi va beh, guidare la slitta è elettrizzante: è solo che per me un ululato non vale le fusa feline, ecco.





È una danza.
È il torcicollo.
È un pittore che abbozza il cielo da dietro le nuvole.
Il lago ghiacciato a contorno, l'accenno di manto stellato che sfuma in arcate verdognole senza preavviso e fai appena in tempo a sospirare che già si sposta chissà dove.
L'aurora boreale non aspetta.
L'aurora boreale è il desiderio espresso dalle stelle cadenti. 
L'aurora boreale val bene una messa. A fuoco.








L'illusione che il ghiaccio sulla superficie del mare trattenga in stand by la vita, un dito sulla reflex che preme lo scatto a metà alla ricerca di una messa a fuoco definitiva.
E poi il vento a smuovere la superficie ghiacciata del mare in mille ghirigori, a modellare la neve che a questa latitudine diventa una immensa duna in costante metamorfosi.
Un passo controvento è una conquista come poche altre.
Perché e fortissimo, ti squaglia i pensieri.
Vorrei che la distesa di neve e ghiaccio da qua al mare glaciale artico si trasformasse in un mulinello e mi portasse via, o almeno mi cristallizzasse la coscienza.
Sotto quel ghiaccio c'è un mare che accoglie molluschi e predatori, plancton e capodogli. Sotto quel ghiaccio ci sono io, ci siamo noi, la nostra essenza che non ne vuole sapere di farsi riconoscere in volto, di scoprirsi se non durante il nostro affacciarsi sull'abisso.
Cammini a Nordkapp e percepisci per davvero che stai calpestando un confine, fisico e mentale.
E come in ogni confine, il vento incessante non lascia spazio per i pensieri: i confini vanno vissuti, per poi essere superati.






Lago ghiacciato. Alberi che spingono esilmente dal terreno come migliaia di antenne wifi, la neve li preme giù ma stoici sostengono col tronco la loro esistenza.
Sono fili che sfidano la gravità incuranti delle occhiate stupite dei troll a passeggio durante la notte. O meglio, in ciò che io chiamo notte. La natura qui avrà sicuramente altri nomi per definirla, non importa.
Cammino imperterrito nella neve battendo nuovi sentieri, il respiro irregolare diventa apnea quando sento l'eco di un fiume o il richiamo di qualche animale. Non mi vedo, ma so di essere bellissimo sereno e in pace con me stesso.
Straniero è una parola senza significato quando ti rendi conto che la tua casa è il mondo.
La Lapponia è un innevato post it gigante con su scritto "Camminare è la soluzione".
Fiocchi di neve scivolano sul cappuccio e sembra che da sopra la mia testa si stiano sbriciolando pacchi di polistirolo: nevesterolo.
A terra le impronte di lepri, renne e chissà quali altre entità. Impronte di Lapponia. A terra le impronte dei miei scarponi.
A differenza dell'inarrivabile Islanda, i silenzi lapponi non ti allertano i sensi nell'attesa di una qualche entità. Si gode il nulla e basta, che già di per sé è un qualcosa di gratificante oggigiorno.
Il viaggio è il viaggiatore, il luogo è la somma dei passi percorsi: io sono leggenda, io sono Lapponia.






Sotto di lei ti senti ancora più piccolo, un granello di sabbia nella clessidra del tempo, immerso in una bolla di placenta che non puoi toccare.
L'aurora si muove, sfugge, irride il torcicollo e la ginnastica improvvisata per sgusciare dalla morsa del freddo; prima di giungere in questa terra credevo che lei fosse la risposta, in realtà è di più: l'aurora ingloba e soffia e attrae e disperde una quantità impressionante di risposte, così tante che a disfare la matassa per riconoscere quella adatta c'è da impazzire, al punto da dimenticarla, la domanda.
E allora, cosa conta scervellarsi se la domanda che vorremmo porre risulta sfuggevole come l'attimo presente?
Nell'intravedere l'aurora mi sono reso conto per davvero di quante parole ancora dovranno essere inventate per definire le sensazioni umane.
Siamo un divenire, siamo noi stessi dei vocaboli erranti sulla punta della lingua di chissà quale entità.
L'aurora boreale, un po' come gli altri grandi fenomeni in giro per il sistema solare e oltre, non ha religione, abbraccia chi persegue il bene e chi il male senza distinzione, se ne frega di chi la ignora e di chi la ama.
Lei è, e c'è molto che dovremmo imparare da ciò.
Non sarebbe malaccio (visti gli ultimi avvenimenti, tra l'altro) per un po' tutti insieme mettere al primo posto delle nostre rapide e mortali vite la gioia, la condivisione della bellezza, l'armonia. Anche solo per un breve periodo, vedere che succede.
Il resto in fondo scivolerà, che lo si voglia o meno. Anche la gioia, certo, ma ripensare ai vari spettacoli che la natura ci offre ogni giorno senza pretendere preghiere in cambio – che sia l'alba, un raggio di sole che filtra tra le nuvole, una brezza di buongiorno, la luna piena, un girasole, quel che si preferisce – dovrebbe farci ricordare quanto siamo fortunati a infestare un pianeta simile e che per ringraziarlo potremmo semplicemente distribuirci senza troppe cerimonie atti d'amore e di gentilezza l'un l'altro, a casaccio.
Ma poi io che ne so, perseguo nella mia incoerenza di fondo, dicevo così per dire, un abbraccio ogni tanto va bene ma non troppi che poi mi manca l'aria.
È solo che ammirare l'aurora in silenzio ti fa sentire bene – sì, bene è generico, servono davvero altre nuove parole per questo spettacolo, ho tanto lavoro da fare!!! - e ti spinge a cercare una risposta a:
Se la natura è armonica, in ogni sua forma lieve o crudele, perché mai ostinarsi a vivere stonati?


In fondo girovagando per il pianeta il messaggio che percepisco è sempre lo stesso...






 






P.s. Ora sono tornato, ho una sfilza di idee per il romanzo ma soprattutto dovrò superare l'ansia da prestazione per via di questa cosa molto bella che mi succederà a breve qui http://bottegadinarrazione.com/ C'è da lavorare parecchio e confrontarmi con persone più brave ed esperte di me, che stimolo! Ho deciso di mettermi in gioco, con questa esperienza: inseguire i sogni va bene però a volte è necessario realizzarli.

venerdì 30 ottobre 2015

L'IMPERATORE DELLE ZUCCHE VUOTE.

Nelle puntate precedenti:
Zooey ha infoltito il pelo in vista del freddo prossimo venturo e continua a confondere le mie braccia col tiragraffi.





Le vetrine dei negozi urlano "Halloween" ma il calendario sogghigna «È il tuo compleanno Liuk» e l'unica soddisfazione sarà strappar la pagina con su scritto "ottobre" il giorno seguente.
In 35 (scritto in lettere mi fa più senso, evito) anni se non altro ho raggiunto – almeno mi fa piacere credere sia così – alcune certezze, del tipo:
  1. "O bianco o nero" mi innervosisce, ma mai quanto le cinquanta sfumature di grigio. Di conseguenza: l'amore mostra i colori vividi ma i sentimenti sono in linea di massima daltonici e dopo una più o meno breve convivenza quando tu dici che qualcosa è blu io dico che è rossa e se io dico che è arancione tu dici che è verde, quindi alla soglia dei 35 continuo a sostenere che sia meglio l'LSD dell'amore. Cromaticamente parlando, perlomeno.
  2. La scrittura è nata coi sumeri e sta morendo coi somari.
  3. Stupidità e cattiveria son sorelle a braccetto.
  4. Gli elenchi numerati mi annoiano, soprattutto quando finiscono pari.

Negli ultimi anni mi son accadute un po' di cosucce buffe, di quelle che in teoria dovrebbero insegnare che l'unica cosa certa che si otterrà nel pianificare il futuro è la consapevolezza di aver sprecato tempo nella pianificazione stessa (ebbene sì, la regola dice che dai 35 puoi scrivere nonsense a ripetizione, proprio come gli over 70 parlano male ad alta voce mentre sono in coda al distributore dell'Acea sperando che fornisca vino e non acqua gassata).
Quando ai tempi delle superiori leggevo Rimbaud Baricco e compagnia bella sottobanco mi ripetevo che da grande sarei diventato un rocker, uno di quelli che la gente mentre sfoglia i testi pensa "ammappete che profondità!, più profondi del fondo degli occhi della notte del pianto", per dirla alla De Andrè. E per un po' lo sono stato, un fottuto rocker, almeno fino a quando lo scrivere i testi non m'è venuto a noia. E a pensarci ora, io che per anni mi addormentavo giusto per sognarmi sul palco, è paradossale.
Ma that's life, e nascere il 31 ottobre (ebbene sì: sono nato nella notte delle zucche e le zucche sono dolciastre. Sì, esatto, proprio come il sangue, embè?) include portarsi appresso l'essere scorpione, e cioè confrontarsi col ---> "ti senti realizzato? Bene, allora resetta tutto e reinventati che se no ti rammollisci in tempo zero."
E questa è la genesi del liuk-che-scrive, dove la sfida iniziale era pressappoco il realizzare un romanzo che non perdesse il ritmo dall'inizio alla fine, una sorta di lungo testo musicale. E dal momento che scrivere è 'na faticaccia della madosca, son andato giù di corsi alla Holden, ho visitato/vissuto più luoghi possibili del globo terracqueo – e che cavolo, uno scrittore per prima cosa deve sapere e non per sentito dire – e mi son confrontato con un bel po' di teste pensanti, alcune pure carine, tra l'altro. Tutto questo per poi dirmi: occhèi, adesso inventa un personaggio di quelli edificanti e dì ciò che pensi.
Per fortuna poi non è successo così, dal momento che:
  1. I personaggi escono dai polpastrelli quando caspita vogliono loro, non c'è santo che tenga.
  2. Pensare non è il verbo che mi rappresenta meglio.
Alla fine della fiera da quando sono entrato negli -enta ho creato principalmente quattro personaggi ma per paradosso sono stati loro a insegnarmi la vita, non il contrario. A volte mi domando se non siano proprio loro a comandare in silenzio i gesti che con la scrittura li costringo a compiere. Da uscirci pazzo, non so se rendo l'idea. Ma poi, chissenefrega.
Sì, capito, sto perdendo il filo.
Dicevo: scrivere è reinventarsi.
L'unico paletto che mi impongo quando creo frasi in un romanzo è scordare me stesso, per il resto non ho regole: se voglio aggiungere un due punti qui: lo aggiungo. Oppure che ne so, una virgola ad cazzum giusto per spezzare il ritmo della, frase? Fatto.
Il primo romanzo Per Adesso No è nato così, una esigenza, in stile «Ma scusa ti stavo parlando della fisica quantistica, perché mi hai baciata?» «Così, mi andava di farlo.»
Uno dei protagonisti dice "Più denso della Verità è l'Amore. E più dell'Amore è la Vendetta".
Caspita.
Quello che sto scrivendo ora – La creazione dell'Autunno – è più libero. Anche lì però sono i tre personaggi principali a muovere i fili, io sì è vero lo sto scrivendo eppure spesso mi sento più burattino che burattinaio, ma va benissimo così.
Proprio come dei seguaci di Quelo suggeriscono di non fossilizzarmi troppo nel ricercare le risposte ("La risposta è dentro di te epperò è sbagliata.") 
 


Uno dei tre continua a dirmi che dovrei lavorare sulle domande, "ma fai attenzione liuk!, le domande migliori sono scivolose, sfuggono come le code delle aurore boreali, tu le intravedi ma tempo di abbassare lo sguardo per preparare la reflex e loro son già via chissà dove, ste infami!"
Un altro dei tre invece mi ha fatto scrivere un qualcosa tipo "Se qualcuno eliminasse Speranza dal vocabolario, in quanto tempo sparirebbe dalla nostra vita?"
A saperla, la risposta!
Magari verso la fine del romanzo mi lancerà qualche indizio, incrocio le dita –non troppo se no a scrivere impiego il doppio del tempo.
Ma va beh, un passo alla volta.
In fondo siam quasi in quel di Halloween e mentre la gentaglia si crederà ganza con due canini affilati o un cappello da strega io mi limiterò ad augurarmi buon compleanno.
Un po' più consapevole dei miei obiettivi, se non altro.
Ognuno ha il titolo nobiliare che si merita, no?
Zio Charles Baudelaire, per dirne uno, era "comme le roi d'un pays pluvieux".




O che ne so, Adriano Celentano è "il Re degli Ignoranti".



E io, beh, essendo nato il 31 ottobre ogni volta che mi guardo intorno (e allo specchio) sono sempre più consapevole di essere l'Imperatore delle Zucche Vuote.



P.s. Quando terminerò la stesura di "La creazione dell'Autunno" giurin giurello che vi farò un fischio. Una casa editrice seria la troverò, sìssì. Vi piacerà 'na cifra questo romanzo, #sapevatelo.

domenica 9 agosto 2015

ABIURA DI ME.

AAA CERCASI SUSAN LETTORI DISPERATAMENTE. 

"Ci sono alcuni fatti evidenti": mi piace pensare fosse una delle frasi preferite di Escobar.
Io però mi limito a scrivere un romanzo –e da come mi sta sciupando per quanto ne so è IL romanzo.
Anche Zooey, quando zampetta tra gli appunti, mi graffia in quel modo che fa tanto "sì meow attieniti ai fatti e non cedere".


Ci sono i personaggi principali, per dirne uno. Tre, questa volta, e ingarbuglia più di quanto credessi l'intreccio delle parole che dai polpastrelli diventano inchiostro per terminare frasi di senso compiuto.
C'è un titolo definitivo, almeno quello!, per dirne un altro.
Il titolo è "La creazione dell'Autunno", che a leggerlo con quest'afa già pare un buon auspicio.


C'è l'Islanda con la sua magia, tanto per aggiungere.


E poi c'è lei, Elín, la protagonista femminile, che dei tre è la più complicata di tutte le sfide. Elín ha vent'anni e di aspettare che il piatto della vendetta si raffreddi proprio non ne vuole sapere. Ogni tanto provo a farla ragionare, le dico che la fretta non è cattiva consigliera solo se ti chiami Usain Bolt ma niente, si rifugia nella sua distorta idea di meditazione e non mi ascolta mezzo.
Come non adorarla?
Assomiglia pure a Emilia Clarke, c'est tout dire.


Gli altri due, Richard e Jón Haust (Haust in islandese significa Autunno) sono più malleabili, per ora. Dico per ora perché quando esploro la stanza dove Jón Haust dipinge mi pare di scorgere movimenti tra gli sguardi dei personaggi nei quadri. Boh, meglio stare all'erta quando scrivo di lui, meglio attivare il correttore automatico mentre ricopio su word i capitoli.
Se "mai fidarsi di se stessi" è un buon consiglio, figurarsi per ciò che si crea su carta: vale doppio.
E comunque.
I percorsi dei tre si intrecceranno, almeno spero, a causa di un avvenimento esterno che blablabla e ancora bla e lì porterà a trovare una risposta plausibile alla domanda che eccetera eccetera (sì sì sì devo pensarci su bene).
Il fatto è che non resisto, Elín mi fissa in sogno pronta a scagliarmi una tigre contro se non la spammo via etere al più presto. Ergo, eccola nel suo primo capitolo in tutta la sua rabbia caramellata.
Io tra l'altro sono alla ricerca di lettori per le prime bozze del romanzo, devo comprendere cosa limare e dove insistere. Se hai tempo libero...
E adesso, col primo capitolo in attesa, guardiamoci allo specchio in stile Saul Goodman, un bel respiro e: Showtime!



Buona estate –o per chi al momento non ha ferie come me, buon Autan.




ELÍN KALIDÓTTIR


PARTE PRIMA: LA FAME.

01.

Il Maestro dice «Om», sentenzia «Le tue palpebre si fanno sempre più pesanti, sempre più pesanti», rivela «Prova ad aprire gli occhi ma non puoi, prova ad aprire gli occhi ma non puoi».
Elín non ha bisogno di vedere, i battiti accelerati dei bavosi seduti in ordine sparso dietro di lei sono fin troppo echeggianti, tu-tum tu-tum a riempire lo spazio dei loro pensieri in mille posizioni da omini di lego porno chic. Lei sarebbe la Bella Addormentata e Vogliosa nel bosco, alle altre presenti non resta neppure lo spazio per minuscole comparsate. Pace e bene, sorelle. Le gocce di sudore dei maschi accanto cadono sui tappetini new age prestati dalla Scuola del Maestro e a Elín non serve saper interpretare il codice morse per intuire le parole che il plick plick delle loro fronti e mani unte stanno battendo a turno: “Puttana” compongono. “Succhiamelo”. E anche: “Godo” “Troia” “Vengo”. Mantenendo le gambe incrociate si liscia gli shorts gialli con la mano destra; gli occhi chiusi le fanno notare pieghe del tessuto e i minuscoli avvallamenti di quando incontra la pelle dura dei polpastrelli, residui del suo trascorso da provinciale.
Godete, maiali schifosi. Volete aprire gli occhi e guardarmi, lo so.
Il Maestro ripete, zigzagando tra le file:
«I vostri piedi camminano sull'erba, state camminando sull'erba»,
«Vi sentite rilassati, sempre più rilassati»,
«Om.»
Dal fondo della stanza proviene uno starnuto soffocato, di quelli che rovinano la concentrazione a mezza classe, l'etcì interrotto che richiede sforzo sia per trattenerlo che per fingere di non averlo udito.
Se solo il Maestro avesse usato parole come "Il vostro naso non esiste", il raffreddore sarebbe un ricordo lontano.
Forse però è più di un raffreddore: allergia, ipotizza Elín. O una di quelle malattie mortali che si trasmette con un semplice starnuto.
Ebola 2.0 Deluxe Edition.
Immagina le gocce impregnate di virus saltellare sulle teste degli allievi prima di inocularsi sottopelle. Potrebbero morire tutti a breve senza una spiegazione e la loro unica colpa sarà di possedere narici.
La mia unica colpa è di trovarmi a quasi 500 chilometri da casa.
A detta del Maestro, la colpa di Elín è di essere desiderata dalla totalità degli uomini presenti nella stanza, lui compreso.
Prendi me, virus. Rendimi libera. O ti annienterò.
Il Maestro esorta «Tutti insieme: Om.»
Ventisette bocche, ventisei bocche più le labbra carnose di Elín, ripetono: «Om.»
Elín si immagina la Paziente Zero della prossima pandemia, la Madre del Caos, coi suoi capelli biondi raccolti in una treccia giù lungo la schiena, irresistibile nella tunica color perla e accecata dai flash dei riflettori.
Microfoni che si accavallano sul tavolo, giornalisti feriti e sgomitanti contro le vetrate antiproiettile che la dividono dal resto del mondo. Uomini che la vorrebbero violare, uomini col volto di suo zio.
Lei, Elín.
Elín il Virus Letale.
«Vi chiederete se ci sarà salvezza», annuncerà in mondovisione con la voce suadente di chi canticchia l'ultima ninna nanna all'umanità.
«La risposta è no.»
Pausa. Respiro. Pausa. Occhiata compiaciuta alle vetrate. Respiri spezzati che appannano la visuale.
«Vi chiederete perché ho deciso di infettarvi», dirà.
Pausa, immagina i traduttori simultanei. I sottotitoli a Panasonic Square. I gelati che colano tra le mani.
«Perché vi odio tutti. Tutti. Perciò morirete. Oggi. O forse siete già morti. Come me. Non ricordi? Non ricordate?»
Elín la Distruttrice. Elín, il nome finale che nessun libro ripeterà.
HIV, Sars, Aviaria, Peste Bubbonica, Tubercolosi, Febbre Gialla, Prepotenza Maschile. E infine, Elín.
L'idea di una resa dei conti le solletica l’inguine e si tocca a controllare eventuali punti di sutura riaffiorati dal passato, ma sotto i pantaloncini non sente che la liscia superficie della vittoria. Vorrebbe ubriacarsi con sorsate di vendetta senza il boccaglio dell'abitudine, spremere il cervello fino a far gocciolare via i brutti ricordi.
Trattiene invece il respiro aggrottando le sopracciglia all'ingiù, come fosse per davvero concentrata nella meditazione, nella ricerca di sé. Om.
Moriranno. E io sarò il virus, la malattia e l'effetto placebo.
Elín la Willy Wonka dello sterminio.
Moriranno tutti.
Riprende fiato col naso e mentre la cassa toracica espone in vetrina le curve pensa a chi la aspetta a casa, su ai limiti del circolo polare. Tutti significa anche lui?
Visualizzarlo è un rasoio che trancia le vene alla rabbia: non va bene, non può permettersi distrazioni.
Non ora, non qui. Non dissanguarmi l'odio, amore mio. Una volta secca, troverai nient'altro che me.
«La risposta è già dentro di voi» pronuncia il Maestro dalla porta d'ingresso,
«Sentite l’energia che vi sale dai piedi fino ai polpacci, li sentite forti, sempre più forti»,
«Om.»
Elín prova a focalizzare un grumo di energia su per le caviglie ma immagina la massa tumorale con cui ha convissuto sua madre, desiste.
Socchiude l’occhio sinistro, quel poco che basta per intravedere lo spazio di fronte: come sospettava, il Maestro ha lo sguardo fisso sulla sua scollatura. Potrebbe spalancare gli occhi che manco se ne accorgerebbe, tutto preso a immaginare il diametro dei capezzoli.
Patetico. Patetico, om.
L'ombra si allontana, sente l’eco di qualche “sì” dal Maestro intento a giudicare la postura di ognuno.
Elín aspetta che i passi siano distanti ed entra in apnea per forzare gli addominali e non pensare a nulla. Non pensare a lui. Il pensiero è la fine delle buone intenzioni.
Così, mentre i polmoni chiedono aria, quel punto di energia che dovrebbe indurire i polpacci si trasforma in immagini da bruciare prima che sia troppo tardi, prima che la paura di non riuscire a vendicarsi con l’umanità torni a bussare forte.
Io sono Elín Kalidóttir. Kali, come la dea.
Io sono Elín ma puoi chiamarmi La Morte. Puoi chiamarmi come preferisci, io non ti risponderò.
Il Maestro batte le mani tre volte, esclama «Bene. Bravi. Vi sentite pieni di energia»,
suggerisce «Provate ad aprire gli occhi, le vostre palpebre sono sempre più leggere, sempre più leggere»,
conclude «Benissimo. Bravissimi. Il cestino delle offerte è al solito posto. Rialzatevi, ora.»
E ventisette allievi, ventisei più la Bella Addormentata, tornano al loro essere bipedi, ai loro frigoriferi zeppi di cibi aromatizzati col nulla scintillante.
Elín guarda sfilare gli uomini che lanciano le ultime occhiate di sbieco al suo fondoschiena, passa la lingua per bagnarsi le labbra fingendosi sovrappensiero, una devota alla meditazione.
Prima di uscire accenna un sorriso di cortesia avvicinandosi al Maestro; l'uomo si volta piegando appena il capo prima di tornare al conteggio delle mance raccolte, senza accorgersi che qualche banconota è già al sicuro tra le curve della ragazza.
«A presto, Maestro.»
«A presto.»
Morirai.

mercoledì 27 maggio 2015

TOKYO KYOTO e altri anagrammi (parte 3 di 3)

06. IL GIOCO DEGLI STRATI.



Esiste una stortura, un punto nero che aleggia sul nostro esistere.
Non possiamo che percepirne l'essenza, la lieve contrazione del petto di quando vediamo i petali scivolare incontro alla primavera o le foglie ingiallirsi.
Alcuni la chiamano Dio, alcuni dicono pure di averla vista, di averci parlato, che è un corvo, che se ne sta lì fermo sul ramo a osservare ognuno di noi, proprio te, proprio ora.
Esiste una stortura, un punto nero che aleggia sulla nostra esistenza.
Capita di invocarne il nome ma lei è sorda ai richiami, non bada alle nostre preghiere.
Viviamo avvertendo di tanto in tanto il brivido provocato dal suo sbattere d'ali, lieve e indefinito come il crepitio del ghiaccio che annuncia la fine dell'inverno.
È l'essenza dell'amore, dicono.
È ciò che non possiamo agguantare,  trattenere.
È la vita.
O è un qualcosa che proprio non riusciamo a comprendere, il petalo di ciliegio che al primo refolo vola dalle nostre mani incontro all'orizzonte, alla ricerca di un nuovo cielo.
Esiste una stortura – un corvo? - mimetizzata tra i litigi e le pieghe della tua vita che come me, semplicemente, ti ama.


«E non trovi neppure una scusa migliore?, non ti sforzi
«Io… ma cosa vorresti?»
«Papà posso andare laggiù?»
«Trovi il tempo per scovare le sale più sperdute ma non per una scusa valida?»
«Non ho nulla da dire…»
«Mamma, posso…?»
«Sei giorni! Su sette! Sei giorni! E cosa pretendi? Un applauso? Non ho neppure idea, da quanto va avanti questa storia? Chi sei? Chi ho sposato, chi?»
«È solo una distrazione…»
«Se non lo fossi venuta a sapere… tu e il tuo stupido pachinko, ma almeno ti rendi conto? Tuo figlio è prossimo alla scuola, e tu che fai? Spendi i soldi in quei locali?»
«Mamma?, papà?»
«Basterebbe vincere una volta e…»
«Niente e! Ma ti senti?»
“Maledette telecamere di sicurezza” pensa Soichiro mentre con le dita accartoccia uno scontrino trovato nella tasca di dietro del pantalone.




 
Alla quarta richiesta di attenzione senza risposta, il piccolo Keisuke – cinque anni, caschetto castano scuro e uno spazio tra gli incisivi “grande abbastanza per nasconderci il Kami della Fortuna” – si dirige a saltelli accennati verso l'altalena principale, accanto all’area pic nic.
Nonostante più e più volte nonni e zii lo avessero portato al parco principale di Tokyo, soltanto tra la folla del Shinjuko Gyoen si sente libero di dare sfogo alle sue energie più disparate: quel luogo è per lui sì frequentato ma non abbastanza da impedirgli una capriola, se solo avesse voluto sfidare le occhiate di rimprovero dei genitori.
In quel momento a Keisuke il luogo appare come il più desiderabile del pianeta; attorno i ciliegi in fiore ammantano di rosa lui l'orizzonte e il cammino come disordinate scie di Hello Kitty e a ogni sferzata del vento si leva un coro di ammirazione per i petali in caduta libera.
Senza rendersene conto si intrufola tra i turisti che osservano le evoluzioni dei giocolieri e prima ancora di applaudire inizia con quello che lui definisce il gioco degli strati, una sfida nella quale formula in silenzio una domanda dopodiché isola parole a casaccio tra quelle della folla cercando di ottenere una risposta verosimile, un consiglio.
Un modo per svuotare la mente riempiendola di un roboante silenzio setacciandone il fondo alla ricerca di frasi appiccicate. Si sentiva meglio, dopo. Più leggero.
Spesso alla conclusione di una acrobazia impossibile Keisuke strattona la manica del genitore più vicino, con l'urgenza di chi vorrebbe diventare l'uomo che incanta la folla; di ritorno però non riceve mai neppure un incitamento nascosto tra le rughe dei rimproveri. Indifferenza, perlopiù. Nessuno che gli spiegasse perché quella gente può saltellare a piacimento e a lui invece non è neppure permesso spostare le scarpe al di fuori del mezzo tsubo che delimita i bordi della strada principale.
Solo un concetto gli appare via via più chiaro, alla fine di ogni spettacolo: mantenere la rigidità del padre o imitare i movimenti degli artisti di strada non avrebbe modificato la sua inadeguatezza verso il mondo circostante, le cose accadono e se ne fregano del suo volere, ciò che vorrebbe cambiare – dal colore in camera allo zainetto logoro di Yu-Gi-Oh – lo farà anche senza il suo intervento.
Il pensiero, una bozza di malinconia che ancora non comprende e che lo accompagnerà durante la vita come un velo, gli procura un sorriso sbilenco.
Ha il sentore che ci sia un qualcosa di sbagliato in ciò che vede; un po' come se, come se scoprisse suo padre mangiare sushi con le mani o sua madre urlare all'iPhone durante gli spostamenti in metropolitana. Tutto quell'ordine, quei capelli impomatati, quei sorrisi composti lo portano a saltellare se possibile ancor più sgraziato zigzagando tra la folla, coi genitori oramai due punti lontani.
Raggiunta quella che a Keisuke sembra una distanza di sicurezza, si volta per osservare il litigio dei genitori e da lì il mulinar di braccia e accuse li fa apparire come quei due architetti che vide litigare fuori da casa sua.
«Per la scelta del campanello», disse poi sua madre scuotendo la testa.
Gli adulti che litigano sono ridicoli, quelli che saltellano no.
Con una nuova verità sulle labbra, Keisuke si accorge che l'altalena è già occupata da due bambini; a lato, gli occhi delle famiglie seguono attenti il dondolio mentre le bocche discorrono sulla primavera, l'incuria dei turisti e ciò che manca alla nuova generazione per far rifiorire il Grande Giappone proprio come i ciliegi.



Keisuke vorrebbe aspettare sua madre seduto sui gradini ma nell’attesa gli adulti accanto gli avrebbero rivolto troppe domande, così si incammina verso il percorso fiorito alla ricerca di uno spiazzo libero, continuando ad accumulare passi a testa bassa, fino a quando un incessante cracracra ovattato - ...possibile? - lo induce a rallentare il passo.
Da dove proviene?
Per un momento pensa di aver camminato tanto da essersi addentrato in un bosco magico, magari è la voce degli alberi, poi però la vista di altri adulti nei paraggi gli stronca la fantasia sul nascere.
Con lo sguardo all'insù cerca di localizzare il gracchio ma gli occhi non registrano che pallidi petali di ciliegio.
Eppure, sono sicuro che...
Keisuke alza le braccia e con le dita sferza l'aria nel tentativo di bloccare qualche petalo al volo, solo per il gusto di sentirsi grande abbastanza da deviare la traiettoria di un qualcosa; e rimane così, a mani aperte e in cerca di altri colori, fin quando un colpo di vento gli mostra i contorni di una coda piumata nascosta dall’intreccio dei rami. È un corvo, non ha dubbi. Si stropiccia le palpebre e una volta rimessa a fuoco la zona nota il contorno del becco e le zampe ben salde al ramo. 

 
Un corvo tra i ciliegi, nero su rosa, e io non l'ho visto?!?
Infastidito dall'essere spiato prende un sasso pronto a scagliarlo addosso al volatile ma a metà rotazione del polso incontra ancora lo sguardo impassibile del corvo e lascia ricadere la pietra a terra; schiocca più volte la bocca per ricrearsi la saliva scomparsa per lo stupore, vorrebbe urlare per distogliere l'animale dalla contemplazione ma si ritrova invece con l’offrirgli i petali raccolti in precedenza.
Rosso d'imbarazzo per il gesto avventato controlla non ci sia nessuno nei paraggi: le mani sudaticce suggeriscono di rifugiarsi al più presto tra i litigi dei genitori eppure quella stessa tensione dipinge sul volto un sorriso del tutto simile a quello del mese scorso, quando dopo un anno intero di suppliche sua nonna Marika lo aveva riaccolto nella sua casa a pochi passi dal parco Shiretoko.
Un sorriso, sì. A volte – spesso, ma questo Keisuke ancora non lo sa – un sorriso sincero apre più porte di qualsiasi passepartout. 
Così, senza smettere di fissare la fessura tra gli incisivi del bambino, il corvo dispiega le ali e scende di ramo in ramo fermandosi solo nel momento in cui Keisuke con un balzo tenta di acchiapparlo.
«Perché non scappi?»
«...»
«Non avevi paura della pietra?»
«...»
Il corvo si guarda intorno e Keisuke strofina i petali sui polpastrelli prima di mangiucchiare le unghie nell'attesa di una risposta. Gli piacciono, i corvi. La gente tende a evitarne il contatto eppure ogni volta che con gli amici batte i piedi più forte per spaventarli loro non fingono neppure di cambiare direzione. E poi hanno il colore della notte e Keisuke inizia a capire che le azioni senza sole non sono mai insignificanti.
«Come mai te ne stavi nascosto?»
«Nascosto?»
«E cosa fai?»
«Osservo. Chi resta immobile non esiste.»
«Se ti vedo, esisti.»
«Vedi ciò che vuoi.»
«Cosa dici?»
«Prima hai preso tre petali al volo, ricordi? Li hai visti perfettamente no? Mentre li guardavi da questo ciliegio ne sono caduti altri ottantasette, te ne sei accorto?»
«No.»
«...»
«Ma come lo sai?»
Keisuke fissa il terreno e per mezzo minuto conta i petali caduti, sicuro che il corvo stia raccontando bugie.
«Sono tanti, davvero.»
«…»
«Io, non capisco. Tu sei tutto nero ed è primavera, come mai nessuno ti vede?»
«Se non avessi gracchiato mi avresti visto?»
Il bambino si gratta la testa, in attesa di una risposta che non arriva.
«Non ti stupisce sentirmi parlare?»
Keisuke mentre guarda la pelle morta del cranio incastrata sotto l'unghia dell'anulare risponde che «No, in televisione parlate sempre tutti.»
«Ma i cartoni animati non sono…»
«Tu mi stai parlando, no?»
Il corvo, fingendosi distratto, gracchia a un paio di passerotti che nel frattempo si sono avvicinati all'albero.
«E cosa fai tutto il tempo lassù?»
«Io sono il tempo. Osservo. Aspetto.»
«Cosa?»
«Quello che deve accadere.»
«Non ti capisco, sei buffo.»
«Buffo?»
«...sì.»
Keisuke inizia a correre attorno all'albero fino a quando avverte le prime fitte alla milza e poi ancora un po', in quella sorta di esercizio inventato per – dice lui – migliorare la resistenza. Il suo sogno è segnare il goal vittoria durante la finale del Mondiale, ma come potrà mai partecipare se alla fine di ogni scatto le tempie pulsano impazzite e i polpacci irrigidiscono? Sotto con gli allenamenti improvvisati, dunque.
Il corvo, incuriosito dall'interpretazione sgraziata di quella che potrebbe essere una qualche danza indiana, zampetta fino all'estremità del ramo senza smettere di seguire i movimenti del caschetto.
«Perché.. non.. voli.. via?»
«Ma io sono volato via, eppure mi trovo ovunque.»
«Ah.. ah... che... dici.»
«I tuoi genitori, capita di essere sgridato no?»
«Sì. Ieri non ho pulito la scrivania, allora papà...»
«Ecco. E quando se ne va dopo averti sgridato, non ti sembra che sia ancora lì?»
«...sì.»
«Appunto.»
«Ma tu ci sei! Ti vedo!»
«...»
«Non ti capisco.»
«Questo è un bene. Chi ci prova impazzisce dal dolore.»
«Dolore?»
«Sì.»
«Come quando cadi dalla bicicletta e le ginocchia fanno le croste?», domanda mostrandone fiero un paio in via di guarigione.
«Sì.»
«A me piace alzarle ma mia mamma mi sgrida sempre.» Unendo pollice e indice a mo' di bisturi, Keisuke inizia a staccarne una soffiando forte sulla pelle arrossata. «Dice che non si deve fare, che poi la pelle ricresce male. Però è divertente!»
A testa bassa, il bambino non si accorge che il corvo ha nel frattempo scrollato le ali per abbandonare il ciliegio e ora è proprio a mezzo metro da lui: chissà da quanto tempo era lì! Entrambi si scambiano un'occhiata di complicità prima di notare il grumo di sangue che si espande dalla crosta verso la caviglia.
«Ahi!»
«Che succede?»
«Sanguino, fa male.»
«Il sangue significa esperienza.»
«Esperienza?»
«Sì.»
«Ma fa male.»
«Non il sangue, l'azione.»
«Ma se sanguini tanto hai tanta esperienza? Passi di livello come nei videogiochi?» Preme la pelle attorno al ginocchio per formare una goccia di rosso rubino.
«Se non esageri, sì. Se vuoi creare devi sanguinare.»
«E se esagero che succede? Faccio indigestione? Perché a me piace la cioccolata sai? Ieri sera per esempio...»
«Esatto, non devi esagerare.»
«Ma io so il trucco!»
«Trucco?»
«Se muovi la crosta così, il sangue non esce.»
Keisuke inizia ad arrotolare la parte già staccata con brevi strappi fino a ridurne la base, poi aggrotta la fronte e lascia scivolare dalla sua bocca una perplessità.
«Ma allora non faccio esperienza? Resterò scemo?!?»
«Fare, non fare... c'è tanta differenza?»
«Sei strano...»
Il corvo nota delle briciole accanto ai piedi del bambino e si avvicina a spostare i petali accanto col becco, sfiorando in un paio di occasioni i legacci delle scarpe. Keisuke lo lascia fare senza muoversi, percepisce una sorta di scossa elettrica lungo il corpo e si domanda se quel corvo è reale o se quella che sente è la voce del parco: magari ha finalmente vinto il gioco degli strati e il parco lo sta ringraziando. Sorride.
«Non ti annoia vivere tra i petali? E quando sfioriscono? Dove vai? Dov'è la tua mamma?»
Inginocchiato, con le mani raccoglie le briciole rimaste offrendole al suo nuovo amichetto.
«Sarebbe bello giocare per sempre. Posso, vero? Posso non diventare grande e serio come il mio papà? Lui, lui non ride mai. Io voglio ridere. Come si fa?»
Impegnato a spezzettare le briciole, il corvo pensa che sì, a quel bambino il segreto della felicità lo potrebbe anche svelare.
«Ascoltami. È semplice, se ci pensi... Basta un'azione per essere felici:              »

«Keisuke! Keisuke!»
I genitori lo richiamano con urla e gesti, incuranti delle occhiate della gente attorno e del gruppo di turisti che si volta famelico già con le macchine fotografiche pronte a cogliere chissà quale evento.
Ammaestrato all'ubbidienza, Keisuke si blocca; sfrega rapido le mani per togliere i residui di fango prima di alzarle entrambe a far intendere che li ha sentiti.
Rigirandosi per salutare il corvo un'ultima volta non lo vede più; controlla l’esistenza di una massa nera tra i rami ma non nota che diverse tonalità di rosa, così si limita a raccogliere un paio di petali prima di tornare saltellando verso i genitori, attento a controllare ogni tre passi se nella punta della lingua fosse rimasta attaccata quell'ultima domanda che già non ricorda più.
Durante il tragitto, i ciliegi proseguono con la semina formando un tappeto rosa per rendere ancor più lievi i passi coi quali Keisuke affronterà la vita.
Ovunque e da chissà dove, un corvo sfrega il becco in quello che potrebbe apparire un sorriso, lasciando che il vento disperda l’eco della risposta.